“Il meraviglioso è sempre bello, anzi, solo il meraviglioso è bello.”
André Breton lo scrisse quasi un secolo fa, in un manifesto che non aveva ancora previsto TikTok.
Eppure eccoci qui, nel 2025, a scorrere una timeline dove il meraviglioso si manifesta sotto forma di brainrot: un ibrido di clip assurde, montaggi deliranti e connessioni che sembrano nate da un sogno malato.

Rodari, il surrealista che non si sapeva tale

Gianni Rodari chiamava binomi fantastici le collisioni fra parole lontane: cane–armadio, mare–gomma, re–formica.
Non era surrealismo in senso stretto, ma lo spirito era lo stesso: creare legami improbabili, rompere la sintassi della realtà, lasciare che l’imprevisto generasse significato.
Lì dove Breton cercava “l’accostamento fortuito di un ombrello e di una macchina da cucire su un tavolo operatorio”, Rodari portava quel cortocircuito nel gioco linguistico dei bambini.
Entrambi, a modo loro, difendevano l’imprevisto come atto creativo.

Il surrealismo come tecnologia del caso

Il surrealismo non era solo un’estetica, ma una pratica di interferenza.
Scrittura automatica, collage, cadavre exquis: tutte tecniche per sospendere il controllo e lasciare emergere connessioni non intenzionali.
L’arte non come costruzione, ma come scoperta dell’inconscio collettivo.
Un algoritmo umano, insomma — fatto di lapsus, sogni e coincidenze.

Oggi, quel desiderio di combinare l’incompatibile riemerge proprio nel fenomeno più inclassificabile del web: l’Italian Brainrot.
Un flusso continuo di frammenti che si attraggono senza logica apparente: Mussolini e Hello Kitty, Don Matteo e cyberpunk, trap e preghiere cattoliche.
Sembra surrealismo in versione 16:9, ma con la regia affidata all’algoritmo.

Brainrot: il collage automatico del XXI secolo

Il brainrot è la forma più recente di surrealismo involontario.
Le sue immagini, i suoi suoni, i suoi montaggi rapidissimi funzionano come cadaveri squisiti digitali: frammenti di cultura italiana riaggregati per caso, dal motore di raccomandazione di un social.
È la stessa logica del sogno — solo più veloce, più rumorosa, più condivisibile.

Ci attira perché è creazione improbabile: produce accostamenti che nessuna mente razionale programmerebbe.
Il fascino del brainrot non sta nel messaggio, ma nel miracolo casuale di una connessione che non doveva avvenire.
È una scintilla surrealista, ma compressa in pochi secondi e filtrata da milioni di like.

Il paradosso algoritmico

Eppure, c’è una differenza cruciale.
Il surrealismo e Rodari cercavano l’improbabile per liberare la mente dal prevedibile.
L’algoritmo, invece, usa l’improbabile per trattenere l’attenzione.
Il caso non è più un gesto di libertà, ma una strategia di cattura.
Così il brainrot diventa surrealismo addomesticato: un sogno calcolato, ottimizzato, ripetuto finché smette di stupire.

L’AI genera immagini perfette, ma probabili.
Il brainrot genera immagini sporche, ma imprevedibili.
E proprio lì, in quella dissonanza, c’è ancora un briciolo di vitalità creativa: un glitch dentro la perfezione algoritmica.

Epilogo

Forse ci piace il brainrot perché, per un istante, ci ricorda che la mente sa ancora inciampare.
Che la connessione impossibile — quella fra un meme trash e un frammento di memoria collettiva — è ancora capace di stupirci.
Il surrealismo cercava di rendere visibile l’inconscio.
Il brainrot, suo discendente grottesco, ci mostra l’inconscio digitale: una mente collettiva che continua a creare connessioni anche quando non ha più niente da dire.

E in quel rumore improbabile, fra un frame di anime e una canzone neomelodica accelerata, sopravvive qualcosa che né l’AI né la creatività industriale possono addomesticare:
l’imprevisto.